LE VOSTRE OPINIONI SONO LA NOSTRA RICCHEZZA

SILVIA MARI

Giornalista – Agenzia Dire – Responsabile DireDonne

ESSERE DONNA COMINCIA DAL CORPO

 

Silvia Mari, giornalista dell’agenzia Dire, responsabile di Dire Donna. Tu cosa pensi della polemica Fedez?

Ho trovato l’intervento di Fedez in quel concerto del tutto inopportuno sia per il merito perché in quella giornata bisognava parlare di lavoro e di diritti dei lavoratori e poi perché ritengo che abbia usato il concerto e quel palco, di tutti, come un palco di un suo concerto. Avrebbe dovuto esprimere la propria idea senza dubbio ma fare una campagna strumentale per il Ddl utilizzando quella giornata, l’ho trovato poco opportuno.

 Io seguo abbastanza il concerto del primo maggio e mi è successo di rado di non vedere cantanti e musicisti tirare fuori una loro dichiarazione politica non sempre sul tema in questione che sarebbe il lavoro. Allora perché questo polverone soltanto oggi, soltanto con Fedez e soltanto con il tema Lgbt e Ddl Zan?

Il polverone c’è stato sia perché c’è stato questo scontro con i dirigenti Rai, la telefonata registrata insomma questo è un pochino un inedito, e sia perché il Ddl Zan è un tema molto divisivo.

E cosa pensi dell’atteggiamento della Rai? E’ giusto che una televisione pubblica chiami un artista e gli dica tu, su quel palco, nel mio canale, non puoi dire queste cose? Soprattutto considerando che quelle cose non sono né bugie né insulti è un’opinione come un’altra?

Se ci deve essere una censura di quello che si dice ovviamente sono contraria, però che la Rai possa dare delle linee guida e possa anche dare dei criteri di opportunità a me non è una cosa che mi fa saltare dalla sedia. Anche perché Fedez ha il potere che gli viene dato dai social, dall’impero del web che ha costruito grazie ad una moglie davvero geniale quindi non stiamo parlando del cittadino che non viene ascoltato e che viene ignorato, parliamo di una persona che ha una visibilità mediatica totalizzante.

Parliamo del ddl Zan: una delle critiche più forti che viene fatta è il timore che passata questa legge verrebbe limitata la libertà di opinione. Cosa ne pensi?

Le accuse che vengono fatte al Ddl Zan sono di essere una legge libertida per cui io non posso esprimere le mie idee. In realtà il Ddl Zan questo lo esprime: viene data questa possibilità di esprimere le proprie idee, ma poiché interviene su questi due articoli del codice penale, il 604 bis e il 604 ter, questa libera espressione di idee non deve intervenire a determinare concretamente atti di discriminazione. Numerosi avvocati, sostengono che è un linguaggio assolutamente troppo vago e generico per una fattispecie di reato. Il codice penale non parla mai in questo modo, potrebbe creare tanti casi: ci ritroveremo in tribunale a discutere di quanto la mia opinione che posso aver detto contro i trans abbia arrecato un atto concreto di discriminazione. Tanti auguri a noi con la situazione che c’è nei nostri tribunali.

E chi è pro e chi è contro sono sempre gli stessi? Sinistra da una parte destra dall’altra?

Non tutte le persone di sinistra e nemmeno nel mondo Lgbt c’è un fronte unanime pro Ddl Zan. Non a caso le richieste di emendamento in questo senso arrivano anche da un fronte che è quello di Arcilesbica o anche alcuni fronti di Lgbt; non tutti gli omosessuali uomini sono a favore di questo modo di presentare la legge. L’idea che si parli di omofobia mentre all’articolo 1 si introducono due concetti così importanti, mi fa domandare quale sia il nesso tra l’omofobia e l’identità di genere. A nessuno viene in mente di fare una domanda su che cos’è il sesso anagrafico. Far passare questa legge come una legge sull’omofobia secondo me vuol dire raccontare un falso.

Nella legge si parla di omotransfobia. Nella parola trans, c’è tutto il mondo transgender quindi in qualche modo c’entra.

Volendo ci può stare questa apertura al mondo trans ma allora non capisco l’articolo 1 francamente. Cioè a che serve quell’articolo. Perché una persona che è in transito e non ha i genitali del nuovo sesso a cui vuole approdare dobbiamo definire sia una donna se non è ancora una donna o viceversa? Perché non si possono emendare quei punti critici sul sesso anagrafico, sesso biologico, identità di genere, autocertificazione della propria identità? Perché questi passaggi non possono essere oggetto di emendamenti e di una nuova disamina? E’ la bibbia? Non credo

Ma perché credo che questi siano gli aspetti più importanti di questa legge. 

Non è l’omotransfobia quindi. Perché se una persona è trans e ha un’identità di sesso diverso dalla propria identità di genere non per questo io dovrò discriminare una persona trans. Cioè devo dire che quel trans è donna per non discriminarlo? Io questo nesso logico non lo riesco a capire e non capisco perché si combatte l’omofobia o l’omotransfobia volendo cancellare la realtà, ossia che quel transito è in corso. Cioè non è che io, siccome una persona sta transitando, allora per questo la discrimino perché è in una condizione in cui ancora non è arrivato ad essere ciò che vuole e ha diritto di essere.

Ho intervistato di recente il presidente dell’osservatorio sull’identità di genere. Mi ha voluto parlare di numerosi studi che dimostrano che anche il solo fatto di vedersi riconoscere il proprio essere aiuta a diminuire le possibilità di depressioni ansie ecc ma allor perché non vogliamo riconoscerli?

Non è questo che aiuterà quella persona a completare meglio il suo percorso e non aiuterà i cittadini a essere più evoluti e più disposti, tolleranza è una parola che non mi piace, quindi diciamo ad accogliere le persone nelle loro differenze. La persona che affronta un percorso del genere, un percorso molto duro e sofferto, è una persona molto determinata, ci vuole un grande coraggio, una grande libertà di pensiero e quella persona è consapevole che non è ancora una donna. Lo sarà. La vita gli ha dato questa sorte difficile, compirà il suo viaggio e ce la farà, nessuno dovrà recargli nessuna forma di offesa ma le persone non vanno ingannate. Alle persone va detta la verità e l’articolo 1 di questa legge, quello che non mi piace, è  che non vuole dire la verità sulle cose e se posso aggiungere in questa mescolanza linguistica io ci colgo anche un po’ di dolo

In che senso?

Mi pare che ci sia dietro la volontà di imporre un certo marketing del gender che va molto di moda e non mi piace. Non la trovo la strada maestra né per aiutare queste persone né per aiutare la società.

Quali sono i rischi che voi vedete se passasse questo Ddl Zan?

Io ti posso dare una panoramica delle criticità delle persone che ho intervistato in questi ultimi mesi sull’argomento. I rischi possono andare dalla negazione della violenza sulle donne, all’utero in affitto, alla impossibilità di esprimere liberamente le proprie idee perché verrai immediatamente querelato. E queste persone potranno poi, dicono che sono esempi banali ma per me nelle cose semplici si capisce l’illogicità delle cose: queste persone nelle  gare sportive, nell’arruolamento militare, nei bandi pubblici dove le mettiamo? E se un trans che si definisce donna esercita su di me violenza e io mi difendo e reagisco è violenza contro le donne? E’ violenza di un uomo contro la donna? Nel momento però in cui quell’uomo, anche se stiamo parlando di un caso che sarò raro, nel momento in cui quell’uomo che si definisce donna e usa violenza contro una donna, quella non è una violenza dell’uomo contro una donna? E’ una violenza tra due donne che litigano? Questo è un altro rischio di cui occorre tenere conto.

Per molti però deve essere fatta.

Diciamo anche che secondo me c’è una gerarchia. Perché non parliamo ancora come dovremmo della violenza sulle donne, dei bambini che vengono strappati alle famiglie per essere messi in istituti o in affidamento ad esempio?

Davvero pensi non si parli della violenza sulle donne? Per me se ne parla tanto invece. 

Se ne parla, finalmente, ma guarda caso ora esce fuori un’altra emergenza che è il Ddl Zan. Io credo che ci sia un odio di fondo contro le donne in questa legge. Per me è un modo questo per rimettere le donne nella vulnerabilità. Io non voglio essere protetta dallo Stato io non voglio essere trattata come un soggetto vulnerabile. Voglio che se un uomo mina alla mia vita la legge intervenga. Non sono vulnerabile io è un assassino lui. Questo linguaggio paternalistico e retorico verso le donne che questa legge torna a veicolare a me come donna infastidisce.

C’è qualcosa che non ho capito prima. Mi hai detto che se un uomo diventa donna e picchia e uccide una donna non verrà considerata violenza sulle donne. Adesso però mi dici che il fatto che in questa legge si metta anche la misoginia, tu mi dici che è una legge paternalistica. Mi puoi spiegare perché non vedo come vanno le due cose insieme.

Le misure cautelari, per quanto riguarda le donne, non vengono applicate, le indagini vengono spesso archiviate che non vuol dire che la violenza non c’è stata, vuol dire che la magistratura non è sempre degna. Quello è il problema della violenza sulle donne: il problema è culturale ma il cancro sta altrove.

Vorrei fare un piccolo discorso del femminismo. Gran parte delle battaglie sono servite a noi donne per poter dire “io voglio essere donna come voglio”, se non cucino non cucino e se voglio fare il militare faccio il militare. Allora perché non si vuole dare questo a queste altre persone che si sentono donne?

Perché semplicemente non lo sono. Ci sono delle differenze che sono logiche, che sono delle costatazioni. Voler essere donna, al di là degli stereotipi, è comunque una scelta che parte da quello che si è. Dal corpo. Qui siamo a un totale annullamento del corpo. Il corpo parla, il corpo ci condiziona, il corpo determina molto delle nostre scelte. Poi noi mentalizziamo e possiamo fare delle scelte spesso superando i limiti del nostro corpo ma noi siamo nel nostro corpo e questa è una delle più grandi battaglie delle femministe contro un pensiero astratto maschilizzante anche nel diritto. Noi “siamo” a partire dal nostro corpo, a partire dalle emozioni, a partire dalle nostre possibilità genetiche biologiche, anche la possibilità di concepire.

Tutte queste opinioni sono legittime, condivisibili, quello che però mi domando è: il riconoscere l’identità di genere in che modo potrebbe aver un impatto su di voi?

Nelle femministe che ho sentito, quelle di area cristiano cattolica, le donne che hanno subito violenza e che quindi sono organizzate in associazioni (questi sono i mondi con cui ho interloquito) il timore grande che vedo in tutte è quello di una cancellazione del valore della maternità, sia in senso fisico che come ruolo di accudimento. Perché la maternità ha delle specificità che la rendono diversa dalla paternità. E il rischio dell’utero in affitto.

SILVIA MARI

Giornalista – Agenzia Dire – Responsabile DireDonne

 

Silvia Mari, giornalista dell’agenzia Dire, responsabile di Dire Donna. Tu cosa pensi della polemica Fedez?

Ho trovato l’intervento di Fedez in quel concerto del tutto inopportuno sia per il merito perché in quella giornata bisognava parlare di lavoro e di diritti dei lavoratori e poi perché ritengo che abbia usato il concerto e quel palco, di tutti, come un palco di un suo concerto. Avrebbe dovuto esprimere la propria idea senza dubbio ma fare una campagna strumentale per il Ddl utilizzando quella giornata, l’ho trovato poco opportuno.

 Io seguo abbastanza il concerto del primo maggio e mi è successo di rado di non vedere cantanti e musicisti tirare fuori una loro dichiarazione politica non sempre sul tema in questione che sarebbe il lavoro. Allora perché questo polverone soltanto oggi, soltanto con Fedez e soltanto con il tema Lgbt e Ddl Zan?

Il polverone c’è stato sia perché c’è stato questo scontro con i dirigenti Rai, la telefonata registrata insomma questo è un pochino un inedito, e sia perché il Ddl Zan è un tema molto divisivo.

E cosa pensi dell’atteggiamento della Rai? E’ giusto che una televisione pubblica chiami un artista e gli dica tu, su quel palco, nel mio canale, non puoi dire queste cose? Soprattutto considerando che quelle cose non sono né bugie né insulti è un’opinione come un’altra?

Se ci deve essere una censura di quello che si dice ovviamente sono contraria, però che la Rai possa dare delle linee guida e possa anche dare dei criteri di opportunità a me non è una cosa che mi fa saltare dalla sedia. Anche perché Fedez ha il potere che gli viene dato dai social, dall’impero del web che ha costruito grazie ad una moglie davvero geniale quindi non stiamo parlando del cittadino che non viene ascoltato e che viene ignorato, parliamo di una persona che ha una visibilità mediatica totalizzante.

Parliamo del ddl Zan: una delle critiche più forti che viene fatta è il timore che passata questa legge verrebbe limitata la libertà di opinione. Cosa ne pensi?

Le accuse che vengono fatte al Ddl Zan sono di essere una legge libertida per cui io non posso esprimere le mie idee. In realtà il Ddl Zan questo lo esprime: viene data questa possibilità di esprimere le proprie idee, ma poiché interviene su questi due articoli del codice penale, il 604 bis e il 604 ter, questa libera espressione di idee non deve intervenire a determinare concretamente atti di discriminazione. Numerosi avvocati, sostengono che è un linguaggio assolutamente troppo vago e generico per una fattispecie di reato. Il codice penale non parla mai in questo modo, potrebbe creare tanti casi: ci ritroveremo in tribunale a discutere di quanto la mia opinione che posso aver detto contro i trans abbia arrecato un atto concreto di discriminazione. Tanti auguri a noi con la situazione che c’è nei nostri tribunali.

E chi è pro e chi è contro sono sempre gli stessi? Sinistra da una parte destra dall’altra?

Non tutte le persone di sinistra e nemmeno nel mondo Lgbt c’è un fronte unanime pro Ddl Zan. Non a caso le richieste di emendamento in questo senso arrivano anche da un fronte che è quello di Arcilesbica o anche alcuni fronti di Lgbt; non tutti gli omosessuali uomini sono a favore di questo modo di presentare la legge. L’idea che si parli di omofobia mentre all’articolo 1 si introducono due concetti così importanti, mi fa domandare quale sia il nesso tra l’omofobia e l’identità di genere. A nessuno viene in mente di fare una domanda su che cos’è il sesso anagrafico. Far passare questa legge come una legge sull’omofobia secondo me vuol dire raccontare un falso.

Nella legge si parla di omotransfobia. Nella parola trans, c’è tutto il mondo transgender quindi in qualche modo c’entra.

Volendo ci può stare questa apertura al mondo trans ma allora non capisco l’articolo 1 francamente. Cioè a che serve quell’articolo. Perché una persona che è in transito e non ha i genitali del nuovo sesso a cui vuole approdare dobbiamo definire sia una donna se non è ancora una donna o viceversa? Perché non si possono emendare quei punti critici sul sesso anagrafico, sesso biologico, identità di genere, autocertificazione della propria identità? Perché questi passaggi non possono essere oggetto di emendamenti e di una nuova disamina? E’ la bibbia? Non credo

Ma perché credo che questi siano gli aspetti più importanti di questa legge. 

Non è l’omotransfobia quindi. Perché se una persona è trans e ha un’identità di sesso diverso dalla propria identità di genere non per questo io dovrò discriminare una persona trans. Cioè devo dire che quel trans è donna per non discriminarlo? Io questo nesso logico non lo riesco a capire e non capisco perché si combatte l’omofobia o l’omotransfobia volendo cancellare la realtà, ossia che quel transito è in corso. Cioè non è che io, siccome una persona sta transitando, allora per questo la discrimino perché è in una condizione in cui ancora non è arrivato ad essere ciò che vuole e ha diritto di essere.

Ho intervistato di recente il presidente dell’osservatorio sull’identità di genere. Mi ha voluto parlare di numerosi studi che dimostrano che anche il solo fatto di vedersi riconoscere il proprio essere aiuta a diminuire le possibilità di depressioni ansie ecc ma allor perché non vogliamo riconoscerli?

Non è questo che aiuterà quella persona a completare meglio il suo percorso e non aiuterà i cittadini a essere più evoluti e più disposti, tolleranza è una parola che non mi piace, quindi diciamo ad accogliere le persone nelle loro differenze. La persona che affronta un percorso del genere, un percorso molto duro e sofferto, è una persona molto determinata, ci vuole un grande coraggio, una grande libertà di pensiero e quella persona è consapevole che non è ancora una donna. Lo sarà. La vita gli ha dato questa sorte difficile, compirà il suo viaggio e ce la farà, nessuno dovrà recargli nessuna forma di offesa ma le persone non vanno ingannate. Alle persone va detta la verità e l’articolo 1 di questa legge, quello che non mi piace, è  che non vuole dire la verità sulle cose e se posso aggiungere in questa mescolanza linguistica io ci colgo anche un po’ di dolo

In che senso?

Mi pare che ci sia dietro la volontà di imporre un certo marketing del gender che va molto di moda e non mi piace. Non la trovo la strada maestra né per aiutare queste persone né per aiutare la società.

Quali sono i rischi che voi vedete se passasse questo Ddl Zan?

Io ti posso dare una panoramica delle criticità delle persone che ho intervistato in questi ultimi mesi sull’argomento. I rischi possono andare dalla negazione della violenza sulle donne, all’utero in affitto, alla impossibilità di esprimere liberamente le proprie idee perché verrai immediatamente querelato. E queste persone potranno poi, dicono che sono esempi banali ma per me nelle cose semplici si capisce l’illogicità delle cose: queste persone nelle  gare sportive, nell’arruolamento militare, nei bandi pubblici dove le mettiamo? E se un trans che si definisce donna esercita su di me violenza e io mi difendo e reagisco è violenza contro le donne? E’ violenza di un uomo contro la donna? Nel momento però in cui quell’uomo, anche se stiamo parlando di un caso che sarò raro, nel momento in cui quell’uomo che si definisce donna e usa violenza contro una donna, quella non è una violenza dell’uomo contro una donna? E’ una violenza tra due donne che litigano? Questo è un altro rischio di cui occorre tenere conto.

Per molti però deve essere fatta.

Diciamo anche che secondo me c’è una gerarchia. Perché non parliamo ancora come dovremmo della violenza sulle donne, dei bambini che vengono strappati alle famiglie per essere messi in istituti o in affidamento ad esempio?

Davvero pensi non si parli della violenza sulle donne? Per me se ne parla tanto invece. 

Se ne parla, finalmente, ma guarda caso ora esce fuori un’altra emergenza che è il Ddl Zan. Io credo che ci sia un odio di fondo contro le donne in questa legge. Per me è un modo questo per rimettere le donne nella vulnerabilità. Io non voglio essere protetta dallo Stato io non voglio essere trattata come un soggetto vulnerabile. Voglio che se un uomo mina alla mia vita la legge intervenga. Non sono vulnerabile io è un assassino lui. Questo linguaggio paternalistico e retorico verso le donne che questa legge torna a veicolare a me come donna infastidisce.

C’è qualcosa che non ho capito prima. Mi hai detto che se un uomo diventa donna e picchia e uccide una donna non verrà considerata violenza sulle donne. Adesso però mi dici che il fatto che in questa legge si metta anche la misoginia, tu mi dici che è una legge paternalistica. Mi puoi spiegare perché non vedo come vanno le due cose insieme.

Le misure cautelari, per quanto riguarda le donne, non vengono applicate, le indagini vengono spesso archiviate che non vuol dire che la violenza non c’è stata, vuol dire che la magistratura non è sempre degna. Quello è il problema della violenza sulle donne: il problema è culturale ma il cancro sta altrove.

Vorrei fare un piccolo discorso del femminismo. Gran parte delle battaglie sono servite a noi donne per poter dire “io voglio essere donna come voglio”, se non cucino non cucino e se voglio fare il militare faccio il militare. Allora perché non si vuole dare questo a queste altre persone che si sentono donne?

Perché semplicemente non lo sono. Ci sono delle differenze che sono logiche, che sono delle costatazioni. Voler essere donna, al di là degli stereotipi, è comunque una scelta che parte da quello che si è. Dal corpo. Qui siamo a un totale annullamento del corpo. Il corpo parla, il corpo ci condiziona, il corpo determina molto delle nostre scelte. Poi noi mentalizziamo e possiamo fare delle scelte spesso superando i limiti del nostro corpo ma noi siamo nel nostro corpo e questa è una delle più grandi battaglie delle femministe contro un pensiero astratto maschilizzante anche nel diritto. Noi “siamo” a partire dal nostro corpo, a partire dalle emozioni, a partire dalle nostre possibilità genetiche biologiche, anche la possibilità di concepire.

Tutte queste opinioni sono legittime, condivisibili, quello che però mi domando è: il riconoscere l’identità di genere in che modo potrebbe aver un impatto su di voi?

Nelle femministe che ho sentito, quelle di area cristiano cattolica, le donne che hanno subito violenza e che quindi sono organizzate in associazioni (questi sono i mondi con cui ho interloquito) il timore grande che vedo in tutte è quello di una cancellazione del valore della maternità, sia in senso fisico che come ruolo di accudimento. Perché la maternità ha delle specificità che la rendono diversa dalla paternità. E il rischio dell’utero in affitto.

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