E SE L’UOMO VIOLENTO E’ UNA “BRAVA PERSONA”?

 

28 Aprile 2021 – Quando si parla di violenza sulle donne, di solito ci si immagina un uomo ignorante, aggressivo, spesso alcolizzato, prepotente. Ma cosa succede (e capita, purtroppo, molto spesso) quando il violento, nella vita quotidiana, è una brava persona, un uomo rispettabile e stimato?

Ho deciso di affrontare questo tema dopo aver letto una notizia, qualche tempo fa, che mi ha molto colpito. Stavo leggendo il giornale. Pagine sul covid, i vaccini, la crisi di governo, il recovery fund, ecc. Giro la pagina e comincio a leggere la storia di una magistrata siciliana.

Sarò sintetica perché in questi casi quello che conta non è l’evento di cronaca di per sé ma il dibattito che dovrebbe suscitare.

Un magistrato importante è sotto inchiesta. Vengono intercettate le telefonate e raccolte le chat di whatsapp. Come capita sempre, chissà come, stralci di quelle chat arrivano miracolosamente alla stampa, che, ovviamente, continuamente in cerca di pubblico e click, le pubblica; anche se non hanno nulla a che fare con l’inchiesta.

Una di queste chat raccoglie uno sfogo di una collega del magistrato, pm pure lei. Parla di un altro magistrato, lo definisce “quel porco”. In un preciso messaggio la donna auspica che, appunto, “quel porco” non venga promosso.

Perché tanto astio? Perché “quel porco”, anni prima, l’ha molestata.

Quando è scoppiato il caso Weinstin, è partito #metoo. D’un tratto decine, centinaia di donne hanno deciso di dar voce alle proprie esperienze, finalmente venire allo scoperto. In quei casi, purtroppo, le manie di protagonismo, l’ipocrisia e le bugie di molte donne hanno minato il movimento in quanto molte hanno approfittato della visibilità per farsi notare. Tante hanno scritto libri, partecipato a programmi televisivi. Insomma, ci hanno guadagnato, a scapito delle vere vittime.

Nell’episodio che sto raccontando, tuttavia, non c’è alcun desiderio di popolarità o di guadagno. Si tratta di uno sfogo privato, un grido sommesso di dolore, uno sfogo di una donna che per il ruolo rivestito ha deciso di non denunciare e tenere per sé questo immenso dolore. Per questo, per me, le sue parole, acquistano ancor più credibilità.

Ecco, uno legge questa notizia, la discrezione della protagonista, si immagina che finalmente “quel porco” pagherà per questo atto.

Invece no. Indovinate un po’? La PM viene messa sotto inchiesta perché quelle parole scritte all’amico vengono considerate di intralcio all’avanzamento di carriera del magistrato.

Per questo chiedo: quando il violento è un uomo per bene e stimato, cosa succede a lui e alle vittime? E’ giusto che succeda? Intendo: quando in tutti gli altri contesti della vita la persona ha tante qualità, può essere giudicato da un solo errore? Un errore che, tuttavia, rovina e umilia la vita, per sempre, di un’altra persona.

Questo atteggiamento mi ricorda le argomentazioni dei nostalgici del fascismo che si schermano dietro un “ha fatto anche cose buone” cercando di relegare a un errore l’alleanza con i Nazisti, le leggi razziali, le deportazioni.

Io, da questo punto di vista, non ho dubbi: quegli errori, anzi orrori, non possono che portare a una condanna senza appello. Le “cose buone”, ammettendo che ci siano state, si cancellano.

Io la mia risposta ce l’ho: di fronte a certi crimini, non esistono cose buone che tengano. Certi atti devono definire la persona. E deve succedere in ogni contesto.

Quindi sarebbe ora che un uomo violento venisse davvero stigmatizzato dalla società. E quando dico società, non intendo solo le donne, come succede ora. Ma gli uomini. Sono gli uomini che devono stigmatizzare, chiudere i rapporti.

La realtà dimostra che non basta la prospettiva di un procedimento penale a frenare un uomo. Credo che l’unica cosa che possa fare la differenza è la certezza della “morte sociale” in caso di un solo atto contro una donna.

Per il momento, le uniche persone stigmatizzate e che pagano per questa violenza, sono le vittime stesse. Umiliate nel più profondo durante l’atto, umiliate ancora più a fondo quando si ritrovano loro stesse a pagare per l’offesa subita. Una doppia violenza, che porta molto spesso a non denunciare e ad entrare in un circolo drammaticamente vizioso dal quale sembra ancora impossibile uscire.

COSA NE PENSO IO

LA BUONA REPUTAZIONE NON ASSOLVE

 

28 Aprile 2021 – Quando si parla di violenza sulle donne, di solito ci si immagina un uomo ignorante, aggressivo, spesso alcolizzato, prepotente. Ma cosa succede (e capita, purtroppo, molto spesso) quando il violento, nella vita quotidiana, è una brava persona, un uomo rispettabile e stimato?

Ho deciso di affrontare questo tema dopo aver letto una notizia, qualche tempo fa, che mi ha molto colpito. Stavo leggendo il giornale. Pagine sul covid, i vaccini, la crisi di governo, il recovery fund, ecc. Giro la pagina e comincio a leggere la storia di una magistrata siciliana.

Sarò sintetica perché in questi casi quello che conta non è l’evento di cronaca di per sé ma il dibattito che dovrebbe suscitare.

Un magistrato importante è sotto inchiesta. Vengono intercettate le telefonate e raccolte le chat di whatsapp. Come capita sempre, chissà come, stralci di quelle chat arrivano miracolosamente alla stampa, che, ovviamente, continuamente in cerca di pubblico e click, le pubblica; anche se non hanno nulla a che fare con l’inchiesta.

Una di queste chat raccoglie uno sfogo di una collega del magistrato, pm pure lei. Parla di un altro magistrato, lo definisce “quel porco”. In un preciso messaggio la donna auspica che, appunto, “quel porco” non venga promosso.

Perché tanto astio? Perché “quel porco”, anni prima, l’ha molestata.

Quando è scoppiato il caso Weinstin, è partito #metoo. D’un tratto decine, centinaia di donne hanno deciso di dar voce alle proprie esperienze, finalmente venire allo scoperto. In quei casi, purtroppo, le manie di protagonismo, l’ipocrisia e le bugie di molte donne hanno minato il movimento in quanto molte hanno approfittato della visibilità per farsi notare. Tante hanno scritto libri, partecipato a programmi televisivi. Insomma, ci hanno guadagnato, a scapito delle vere vittime.

Nell’episodio che sto raccontando, tuttavia, non c’è alcun desiderio di popolarità o di guadagno. Si tratta di uno sfogo privato, un grido sommesso di dolore, uno sfogo di una donna che per il ruolo rivestito ha deciso di non denunciare e tenere per sé questo immenso dolore. Per questo, per me, le sue parole, acquistano ancor più credibilità.

Ecco, uno legge questa notizia, la discrezione della protagonista, si immagina che finalmente “quel porco” pagherà per questo atto.

Invece no. Indovinate un po’? La PM viene messa sotto inchiesta perché quelle parole scritte all’amico vengono considerate di intralcio all’avanzamento di carriera del magistrato.

Per questo chiedo: quando il violento è un uomo per bene e stimato, cosa succede a lui e alle vittime? E’ giusto che succeda? Intendo: quando in tutti gli altri contesti della vita la persona ha tante qualità, può essere giudicato da un solo errore? Un errore che, tuttavia, rovina e umilia la vita, per sempre, di un’altra persona.

Questo atteggiamento mi ricorda le argomentazioni dei nostalgici del fascismo che si schermano dietro un “ha fatto anche cose buone” cercando di relegare a un errore l’alleanza con i Nazisti, le leggi razziali, le deportazioni.

Io, da questo punto di vista, non ho dubbi: quegli errori, anzi orrori, non possono che portare a una condanna senza appello. Le “cose buone”, ammettendo che ci siano state, si cancellano.

Io la mia risposta ce l’ho: di fronte a certi crimini, non esistono cose buone che tengano. Certi atti devono definire la persona. E deve succedere in ogni contesto.

Quindi sarebbe ora che un uomo violento venisse davvero stigmatizzato dalla società. E quando dico società, non intendo solo le donne, come succede ora. Ma gli uomini. Sono gli uomini che devono stigmatizzare, chiudere i rapporti.

La realtà dimostra che non basta la prospettiva di un procedimento penale a frenare un uomo. Credo che l’unica cosa che possa fare la differenza è la certezza della “morte sociale” in caso di un solo atto contro una donna.

Per il momento, le uniche persone stigmatizzate e che pagano per questa violenza, sono le vittime stesse. Umiliate nel più profondo durante l’atto, umiliate ancora più a fondo quando si ritrovano loro stesse a pagare per l’offesa subita. Una doppia violenza, che porta molto spesso a non denunciare e ad entrare in un circolo drammaticamente vizioso dal quale sembra ancora impossibile uscire.

LE DOMANDE

  • Quanto conta la reputazione dell’uomo violento?
  • Non si crede alle vittime per convinzione o per convenienza?
  • Che ruolo dovrebbero avere gli uomini in questa battaglia?

LA BUONA REPUTAZIONE NON ASSOLVE

VOI COSA NE PENSATE?

Quanto conta la reputazione dell’uomo violento? – Non si crede alle vittime per convinzione o per convenienza? – Che ruolo dovrebbero avere gli uomini in questa battaglia?