CINZIA MARROCCOLI

Presidentessa Telefono Donna Potenza

NON SI E’ VITTIME PER DEBOLEZZA

 

Oggi pariamo di violenza sulle donne con Cinzia Marroccoli, presidente dell’associazione Telefono Donna di Potenza e consigliere di Dire (donne in rete contro la violenza) che raccoglie 82 centri antiviolenza in tutta Italia. Innanzitutto chi sono le donne che si rivolgono a voi?

Sono donne di tutti tipi, di tutte le età, di tutte le estrazioni sociali. Centro e casa hanno due target diversi. Al centro troviamo donne autonome economicamente, invece nella casa accogliamo donne che dopo una situazione di violenza, dovendo uscire dalla propria casa, non sanno dove andare.

Da un punto divista psicologico, una donna dal carattere più debole ha più facilita di finire in questo tipo di relazione?

Vorrei sfatare subito questo mito della donna debole che subisce violenza. In realtà è la donna forte che subisce violenza. Solo donne forti possono sopportare per anni situazioni come quelle che noi ascoltiamo. Sono storie e donne, in un certo senso, uguali ma diverse. Io dico sempre che sono variazioni sul tema. I comportamenti che individuiamo in tutte le storie di violenza sono ciclici, e si tratta di indicatori che hanno tutti a che fare con il controllo e il possesso della donna. Si parte sempre dai primi campanelli che non vengono raccolti, che si fa finta non esistano, si spera che lui possa cambiare, poi magari arrivano i figli e tutto diventa più difficile, fino a quando arriva il momento nel quale la donna si rivolge a un centro antiviolenza.

Qua è il momento in cui una donna si rivolge a voi?

Ci può essere un elemento scatenante. Per esempio ieri ha chiamato una donna che aveva già chiamato l’anno scorso salvo poi non presentarsi all’appuntamento. Come se si fosse sentita al sicuro solo per il fatto che noi ci fossimo. A distanza di quasi un anno ci ha richiamato perché si è ritrovata di nuovo nella stessa situazione.

Purtroppo non sono poche le donne che dopo aver denunciato ritornano dai propri uomini. Perché?

Questo succede spesso quando ci sono i figli. Perché c’è sempre l’idea che i figli abbiano bisogno di un padre e c’è un latente senso di colpa che ti dice “è colpa tua che non sei riuscita a tenere unita la famiglia”. Nel momento in cui si torna indietro lo si fa in una posizione di maggior debolezza. Perché in qualche modo è come se ti dicessi “ok vai avanti” anche se vengono fatti dei patti, o lui promette di andare dallo psicologo. Nella testa della donna c’è l’idea che lui possa cambiare e che lei possa fare delle cose per farlo cambiare. Poi arriva un momento in cui la donna si rende conto che per quanto lei possa fare lui non cambia. In quel caso la donna va via e non torna più, soprattutto se le violenze iniziano di fronte ai figli o nei confronti dei figli

Lei dice che molte donne tornano indietro perché si illudono che l’uomo possa cambiare. Nella sua esperienza davvero questo non è mai avvenuto?

E’ difficile che l’uomo possa cambiare. Alla base c’è il controllo e il possesso della propria donna. Questa è un’idea tipica della nostra società patriarcale. L’uomo ha il possesso della donna e deve controllarla in tutti i modi. Io voglio cambiare, posso cambiare, solo se sono convinto di aver sbagliato. Purtroppo l’uomo violento nella maggior parte dei casi è convinto che sia la donna a provocarlo, con le parole, con gli atteggiamenti. Quindi c’è deresponsabilizzazione dell’uomo, fino a quando non c’è questa consapevolezza di aver sbagliato non ci può esser cambiamento.

Ci sono uomini che dopo la violenza chiedono perdono poi però si ricomincia. In questo caso la consapevolezza c’è ma perché non cambiano?

Alcuni forse lo fanno ma la maggior parte non lo fa anche se chiede scusa. In realtà spesso si pensa che il problema non sia cosi grosso e quindi non ci sia la necessità di chiedere un aiuto esterno.

Ora parliamo dei diversi tipi di violenza. Quella fisica credo sia la più semplice da individuare, sia per la vittima sia per chi gli è intorno. Ma la violenza sessuale, ad esempio, all’interno del matrimonio, quanto la donna ne è consapevole? E quanto intorno a lei si è consapevoli?

Si riscontra spesso la mancanza di consapevolezza che quella sia violenza. Il famoso dovere coniugale rimane fisso nella testa sia degli uomini che delle donne, come vediamo è sempre un fatto culturale. Anche quando si va a fare una querela, la violenza sessuale non emerge: non c’è proprio idea che si possa arrivare a una violenza sessuale in certi ambiti

La violenza psicologica. Nella realtà quanto viene considerata?

La donna che la subisce viene aiutata tantissimo oggi. La violenza psicologica è alla base della violenza fisica. Se non ci fossero comportamenti maschili che noi definiamo di violenza psicologica, probabilmente al primo schiaffo la donna andrebbe via. Le conseguenze di questa violenza psicologica, in una parola, portano una donna a non essere più se stessa. Diventa una donna trasandata, che dimostra più anni di quelli che ha. Basta un anno di allontanamento da questa violenza perché la donna assuma uno sguardo diverso, appaia come una donna viva, laddove prima era una donna spenta, morta, che non viveva più. Cosa era accaduto? Era subentrata questa violenza psicologica, questi comportamenti che non fanno altro che portare all’annientamento della persona, a non riconoscersi più, a perdere interesse, a non essere più in contatto con se stessa, con le proprie emozioni. Quando una donna viene la prima volta dice sempre “mio marito dice, mio marito pensa” con il tempo si trasforma in “io dico, io penso” così com’era prima di incontrare lui. Un lui che ti rende felice a prima vista ma poi ti annienta. Ecco il lavoro che facciamo noi: cerchiamo di ricongiungere questa donna con quella che era prima ma questa volta con una consapevolezza diversa che deve portarla a un’autonomia personale.

Sempre parlando di violenza psicologica quanto è consapevole la donna che quello che sta subendo è violenza? E Se non lo fa non rischia anche di non andare a chiedere aiuto?

Può rischiare, però ora di violenza se ne parla tanto, adesso arriva già la donna che capisce la sua condizione di violenza psicologica. Prima questo non accadeva. È importante avere la consapevolezza ma poi l’aiuto, il sostegno e l’ascolto esterno ci vogliono. L’uomo violento dal punto di vista psicologico, è di solito acculturato, usa metodi molto più sottili che userà anche in fase di separazione, e si servirà dei bambini per tenere sotto controllo la donna e per continuare la sua battaglia di distruzione della donna

Uno degli ultimi video di Cosanepensate.it è intitolato proprio “cosa succede se l’uomo violento è una brava persona”. Nella sua esperienza quanto conta la reputazione dell’uomo violento, soprattutto nella percezione che sia ha di lui nelle persone che gli sono intorno?

Questo conta soprattutto nella percezione della donna. Spesso pensano che nessuno crederebbe alla loro storia. Alla base c’è un fatto. L’uomo violento è un grande manipolatore. Come ha manipolato la propria donna manipola chiunque abbia a che fare con lui, sa mostrarsi all’esterno in una maniera molto aperta, gentile, socievole. E’ questo il motivo per cui riesce a manipolare spesso anche quei soggetti donna con cui ha a che fare durante la separazione, come le assistenti sociali e le psicologhe, che molte volte sono dalla parte dell’uomo e non della donna. Proprio perché spesso l’uomo violento è seducente, ha i modi quasi da principe azzurro. E’  quanto accade anche nelle storie di violenza spesso. L’uomo appare gentile, principesco, attento. Spesso vuole anche arrivare subito al matrimonio ed è lì che si trasforma: da principe azzurro diventa invece l’orco, la persona che ti tiene prigioniera. La donna dovrebbe uscire subito da una situazione di violenza psicologica, soprattutto quando la famiglia è composta anche da figli. Loro infatti tendono ad assorbire il clima di tensione che c’è nella coppia e iniziano a temere l’uomo, anche inconsapevolmente o di riflesso alle richieste della madre che può chiedere, ad esempio, di mantenere un rigoroso silenzio se il padre è stanco, di mantenere alcuni determinati comportamenti in presenza del papà che altrimenti potrebbe arrabbiarsi ecc. Quando il padre se ne va, quando la mamma si ritrova sola con i figli, spesso questi confessano di sentirsi meglio, di aver avuto paura.

Oggi c’è molta più informazione sul tema. In qualche modo questo ha cambiato la situazione, ci sono meno casi o no?

C’è più consapevolezza da parte delle donne. Si capisce prima di essere vittime di violenza. Quello che noi sappiamo però è che quello di cui noi veniamo a conoscenza è la punta di un iceberg. Non è cambiato nulla anzi ci sono storie sempre più cattive. La violenza è sempre più violenta. Sicuramente le donne che sono in questa situazione sono tantissime, noi non lo sappiamo, non le possiamo raggiungere tutte, bisogna parlare e parlare molto dei centri antiviolenza. Parlare di violenza va benissimo ma bisogna parlare dei centri. Perché le donne magari hanno timore di fare una querela ed ecco che subentra il centro che dà un supporto psicologico e aiuta a capire, nel massimo anonimato, anche cosa per una donna sia meglio fare. Nei centri si attiva un sostegno anche nel percorso giudiziario successivo a una querela, sia dal punto di vista psicologico che di ascolto. Forniamo supporto anche dal punto di vista legale, insomma è importante che questo messaggio venga diffuso il più possibile.

Ultima domanda: se un esterno si accorge che in una famiglia che conosce c’è qualcosa che non va. Cosa fare?

Si possono avvertire le forze dell’ordine, ma può succedere che magari arrivano anche i carabinieri ma la stessa donna, se non ha preso consapevolezza, può sminuire e la cosa finisce li. Significa arrivare a gamba tesa in una situazione nella quale la donna non è pronta. Certo, caso diverso è nel caso in cui si sentano grida o rumori e si tema per l’incolumità della donna. Ma negli altri casi io penso sia il caso di agganciare questa donna, di parlarle, di ascoltarla, di consigliarle di rivolgersi a un centro, cioè di trovare una via traversa che non sia immediatamente quella di chiamare le forze dell’ordine.

 

CINZIA MARROCCOLI

Presidentessa Telefono Donna Potenza

 

Oggi pariamo di violenza sulle donne con Cinzia Marroccoli, presidente dell’associazione Telefono Donna di Potenza e consigliere di Dire (donne in rete contro la violenza) che raccoglie 82 centri antiviolenza in tutta Italia. Innanzitutto chi sono le donne che si rivolgono a voi?

Sono donne di tutti tipi, di tutte le età, di tutte le estrazioni sociali. Centro e casa hanno due target diversi. Al centro troviamo donne autonome economicamente, invece nella casa accogliamo donne che dopo una situazione di violenza, dovendo uscire dalla propria casa, non sanno dove andare.

Da un punto divista psicologico, una donna dal carattere più debole ha più facilita di finire in questo tipo di relazione?

Vorrei sfatare subito questo mito della donna debole che subisce violenza. In realtà è la donna forte che subisce violenza. Solo donne forti possono sopportare per anni situazioni come quelle che noi ascoltiamo. Sono storie e donne, in un certo senso, uguali ma diverse. Io dico sempre che sono variazioni sul tema. I comportamenti che individuiamo in tutte le storie di violenza sono ciclici, e si tratta di indicatori che hanno tutti a che fare con il controllo e il possesso della donna. Si parte sempre dai primi campanelli che non vengono raccolti, che si fa finta non esistano, si spera che lui possa cambiare, poi magari arrivano i figli e tutto diventa più difficile, fino a quando arriva il momento nel quale la donna si rivolge a un centro antiviolenza.

Qua è il momento in cui una donna si rivolge a voi?

Ci può essere un elemento scatenante. Per esempio ieri ha chiamato una donna che aveva già chiamato l’anno scorso salvo poi non presentarsi all’appuntamento. Come se si fosse sentita al sicuro solo per il fatto che noi ci fossimo. A distanza di quasi un anno ci ha richiamato perché si è ritrovata di nuovo nella stessa situazione.

Purtroppo non sono poche le donne che dopo aver denunciato ritornano dai propri uomini. Perché?

Questo succede spesso quando ci sono i figli. Perché c’è sempre l’idea che i figli abbiano bisogno di un padre e c’è un latente senso di colpa che ti dice “è colpa tua che non sei riuscita a tenere unita la famiglia”. Nel momento in cui si torna indietro lo si fa in una posizione di maggior debolezza. Perché in qualche modo è come se ti dicessi “ok vai avanti” anche se vengono fatti dei patti, o lui promette di andare dallo psicologo. Nella testa della donna c’è l’idea che lui possa cambiare e che lei possa fare delle cose per farlo cambiare. Poi arriva un momento in cui la donna si rende conto che per quanto lei possa fare lui non cambia. In quel caso la donna va via e non torna più, soprattutto se le violenze iniziano di fronte ai figli o nei confronti dei figli

Lei dice che molte donne tornano indietro perché si illudono che l’uomo possa cambiare. Nella sua esperienza davvero questo non è mai avvenuto?

E’ difficile che l’uomo possa cambiare. Alla base c’è il controllo e il possesso della propria donna. Questa è un’idea tipica della nostra società patriarcale. L’uomo ha il possesso della donna e deve controllarla in tutti i modi. Io voglio cambiare, posso cambiare, solo se sono convinto di aver sbagliato. Purtroppo l’uomo violento nella maggior parte dei casi è convinto che sia la donna a provocarlo, con le parole, con gli atteggiamenti. Quindi c’è deresponsabilizzazione dell’uomo, fino a quando non c’è questa consapevolezza di aver sbagliato non ci può esser cambiamento.

Ci sono uomini che dopo la violenza chiedono perdono poi però si ricomincia. In questo caso la consapevolezza c’è ma perché non cambiano?

Alcuni forse lo fanno ma la maggior parte non lo fa anche se chiede scusa. In realtà spesso si pensa che il problema non sia cosi grosso e quindi non ci sia la necessità di chiedere un aiuto esterno.

Ora parliamo dei diversi tipi di violenza. Quella fisica credo sia la più semplice da individuare, sia per la vittima sia per chi gli è intorno. Ma la violenza sessuale, ad esempio, all’interno del matrimonio, quanto la donna ne è consapevole? E quanto intorno a lei si è consapevoli?

Si riscontra spesso la mancanza di consapevolezza che quella sia violenza. Il famoso dovere coniugale rimane fisso nella testa sia degli uomini che delle donne, come vediamo è sempre un fatto culturale. Anche quando si va a fare una querela, la violenza sessuale non emerge: non c’è proprio idea che si possa arrivare a una violenza sessuale in certi ambiti

La violenza psicologica. Nella realtà quanto viene considerata?

La donna che la subisce viene aiutata tantissimo oggi. La violenza psicologica è alla base della violenza fisica. Se non ci fossero comportamenti maschili che noi definiamo di violenza psicologica, probabilmente al primo schiaffo la donna andrebbe via. Le conseguenze di questa violenza psicologica, in una parola, portano una donna a non essere più se stessa. Diventa una donna trasandata, che dimostra più anni di quelli che ha. Basta un anno di allontanamento da questa violenza perché la donna assuma uno sguardo diverso, appaia come una donna viva, laddove prima era una donna spenta, morta, che non viveva più. Cosa era accaduto? Era subentrata questa violenza psicologica, questi comportamenti che non fanno altro che portare all’annientamento della persona, a non riconoscersi più, a perdere interesse, a non essere più in contatto con se stessa, con le proprie emozioni. Quando una donna viene la prima volta dice sempre “mio marito dice, mio marito pensa” con il tempo si trasforma in “io dico, io penso” così com’era prima di incontrare lui. Un lui che ti rende felice a prima vista ma poi ti annienta. Ecco il lavoro che facciamo noi: cerchiamo di ricongiungere questa donna con quella che era prima ma questa volta con una consapevolezza diversa che deve portarla a un’autonomia personale.

Sempre parlando di violenza psicologica quanto è consapevole la donna che quello che sta subendo è violenza? E Se non lo fa non rischia anche di non andare a chiedere aiuto?

Può rischiare, però ora di violenza se ne parla tanto, adesso arriva già la donna che capisce la sua condizione di violenza psicologica. Prima questo non accadeva. È importante avere la consapevolezza ma poi l’aiuto, il sostegno e l’ascolto esterno ci vogliono. L’uomo violento dal punto di vista psicologico, è di solito acculturato, usa metodi molto più sottili che userà anche in fase di separazione, e si servirà dei bambini per tenere sotto controllo la donna e per continuare la sua battaglia di distruzione della donna

Uno degli ultimi video di Cosanepensate.it è intitolato proprio “cosa succede se l’uomo violento è una brava persona”. Nella sua esperienza quanto conta la reputazione dell’uomo violento, soprattutto nella percezione che sia ha di lui nelle persone che gli sono intorno?

Questo conta soprattutto nella percezione della donna. Spesso pensano che nessuno crederebbe alla loro storia. Alla base c’è un fatto. L’uomo violento è un grande manipolatore. Come ha manipolato la propria donna manipola chiunque abbia a che fare con lui, sa mostrarsi all’esterno in una maniera molto aperta, gentile, socievole. E’ questo il motivo per cui riesce a manipolare spesso anche quei soggetti donna con cui ha a che fare durante la separazione, come le assistenti sociali e le psicologhe, che molte volte sono dalla parte dell’uomo e non della donna. Proprio perché spesso l’uomo violento è seducente, ha i modi quasi da principe azzurro. E’  quanto accade anche nelle storie di violenza spesso. L’uomo appare gentile, principesco, attento. Spesso vuole anche arrivare subito al matrimonio ed è lì che si trasforma: da principe azzurro diventa invece l’orco, la persona che ti tiene prigioniera. La donna dovrebbe uscire subito da una situazione di violenza psicologica, soprattutto quando la famiglia è composta anche da figli. Loro infatti tendono ad assorbire il clima di tensione che c’è nella coppia e iniziano a temere l’uomo, anche inconsapevolmente o di riflesso alle richieste della madre che può chiedere, ad esempio, di mantenere un rigoroso silenzio se il padre è stanco, di mantenere alcuni determinati comportamenti in presenza del papà che altrimenti potrebbe arrabbiarsi ecc. Quando il padre se ne va, quando la mamma si ritrova sola con i figli, spesso questi confessano di sentirsi meglio, di aver avuto paura.

Oggi c’è molta più informazione sul tema. In qualche modo questo ha cambiato la situazione, ci sono meno casi o no?

C’è più consapevolezza da parte delle donne. Si capisce prima di essere vittime di violenza. Quello che noi sappiamo però è che quello di cui noi veniamo a conoscenza è la punta di un iceberg. Non è cambiato nulla anzi ci sono storie sempre più cattive. La violenza è sempre più violenta. Sicuramente le donne che sono in questa situazione sono tantissime, noi non lo sappiamo, non le possiamo raggiungere tutte, bisogna parlare e parlare molto dei centri antiviolenza. Parlare di violenza va benissimo ma bisogna parlare dei centri. Perché le donne magari hanno timore di fare una querela ed ecco che subentra il centro che dà un supporto psicologico e aiuta a capire, nel massimo anonimato, anche cosa per una donna sia meglio fare. Nei centri si attiva un sostegno anche nel percorso giudiziario successivo a una querela, sia dal punto di vista psicologico che di ascolto. Forniamo supporto anche dal punto di vista legale, insomma è importante che questo messaggio venga diffuso il più possibile.

Ultima domanda: se un esterno si accorge che in una famiglia che conosce c’è qualcosa che non va. Cosa fare?

Si possono avvertire le forze dell’ordine, ma può succedere che magari arrivano anche i carabinieri ma la stessa donna, se non ha preso consapevolezza, può sminuire e la cosa finisce li. Significa arrivare a gamba tesa in una situazione nella quale la donna non è pronta. Certo, caso diverso è nel caso in cui si sentano grida o rumori e si tema per l’incolumità della donna. Ma negli altri casi io penso sia il caso di agganciare questa donna, di parlarle, di ascoltarla, di consigliarle di rivolgersi a un centro, cioè di trovare una via traversa che non sia immediatamente quella di chiamare le forze dell’ordine.

 

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