DAD: SI PERDE LA SOCIALIZZAZIONE

PROF.SSA ALBERTA MANCINI

Insegnante di educazione fisica

 

Secondo lei quali saranno le conseguenze, per i ragazzi, della didattica a distanza?

Guardi testare immediatamente penso sia abbastanza complicato, io non parlo solo dal punto di vista del profitto scolastico, quindi didattico in senso stretto, ma anche dal punto di vista relazionale che forse è quello che ci interessa di più. Dal prossimo anno potremmo avere un’idea di quelle che potrebbero essere le conseguenze di questo percorso accidentato che stiamo vivendo. Tutti quanti pensavamo in maniera abbastanza semplicistica che i ragazzi fossero già isolati nella loro modalità di vita, perché non so WhatsApp le chat che comunque erano il mezzo di comunicazione che loro vivevano e la modalità che usavano per mantenere la loro socializzazione che era solo virtuale. La vita affannata con i tempi ristretti, fanno 100.000 cose, pianoforte, piscina, fanno 100.000 cose però non godono della bellezza di nessuna di queste attività.

Quindi la frenesia della vita moderna loro la pagano nella quotidianità e adesso la stanno pagando anche con la scuola che gli nega forse l’unico momento di socializzazione che è rimasto realmente per i ragazzi.

Parliamo dal punto di vista psicologico, dal punto di vista dei loro comportamenti, lei ha notato delle differenze tra quando ha cominciato a fare questo lavoro ad oggi?

Ma decisamente un pochino sì, perché anche noi dobbiamo essere un po’ camaleontici cioè ci dobbiamo adattare alle esigenze dei ragazzi. Non lo nego, qualche volta dico forse la scuola di un tempo era, non lo so, aveva dei lati positivi che sostanzialmente ci hanno permesso di diventare cittadini, studenti, di poter affrontare comunque le situazioni della vita, di una crescita.

Noi a scuola viviamo tutte le traversie della famiglia che il bambino ci riporta a scuola attraverso comportamenti qualche volta addirittura anche inadeguati nella sostanza; dobbiamo essere capaci di sostituirci ogni tanto a quello che è il ruolo della famiglia e cercare di diventare gli adulti di riferimento che questi bambini forse non hanno a casa.

Per fortuna questo non succede sempre perché noi lo capiamo quando facciamo i consigli di classe tra docenti: l’insegnante di lettere ad esempio quando propone un testo, quello che noi chiamavamo tema, sono momenti in cui i ragazzi si aprono e raccontano tutto.

In un contesto di consiglio di classe i docenti raccontano i malumori che noi altri percepiamo. Quindi l’insegnante di lettere molto spesso trova una spiegazione su questo, dà una spiegazione a questi comportamenti diciamo non sempre fuori dalle righe ma un po’ particolari

È interessante quello che dice, il fatto che voi ogni tanto sentiate la necessità di sostituirvi alla famiglia, diventare dei punti di riferimento.  Quali sono i disagi che voi vedete nei ragazzi e che vi portano a fare questo e chi è che decide quando la famiglia ha dei comportamenti inadeguati per cui dovete sostituirli?

Noi non siamo dei giudici delle famiglie, noi viviamo sulla nostra pelle disagi vissuti dagli alunni che probabilmente non hanno punti di riferimento, cioè l’adulto di riferimento che potrebbe essere la guida, la strada, colui che lo consiglia, lo aiuta, gli permette di poter affrontare le avversità (per noi magari potrebbero essere sciocchezze ma chiaramente rapportate alla loro età sono degli ostacoli abbastanza grandi). Quindi non so per esempio tante volte gli alunni devono portare gli strumenti per poter svolgere la lezione in palestra. Mi dicono “professoressa ho dormito da papà, non c’avevo la roba, la mamma non me l’ha messa nello zaino” e quindi non posso fare lezione perché non ho l’occorrente.

Per dirne una poi magari succede all’insegnante di tecnica che l’alunno non porti il materiale, quindi quaderno, fogli, squadre, compasso, cioè questo non essere aiutati nel non essere autonomi. I ragazzi di oggi, non voglio generalizzare perché non mi sembra il caso, c’è però una bella percentuale di ragazzi che non è riuscita a diventare autonoma rispetto a quelli che sono i suoi impegni. Io sono arrivata a dover dire “la sacchetta dove metti le scarpe allacciala allo spallone dello zaino così se tu la sera prepari tutto l’occorrente per quello che ti può servire la mattina successiva a scuola, sicuramente non dimenticherai niente”. Questo è un lavoro che generalmente dovrebbe fare il genitore, inizialmente aiutando poi man mano testando la capacità di diventare indipendente dell’alunno.

Parla del problema dell’autonomia dei ragazzi e dei bambini e del fatto che questo dovrebbe essere il ruolo dei genitori. Se non succede per quale ragione secondo lei?

Probabilmente da una scarsità di tempo. E’ una questione di comodo per il bambino sapere di essere sempre supportato. Noi sentiamo spesso le lamentele dei genitori che ci dicono “gli zaini sono troppo pesanti” Poi i colleghi delle altre discipline che non possono aprire lo zaino dell’alunno però sanno che se lo aprissero troverebbero libri di materie che non ci sono in quella giornata. Quindi questa è un’incapacità di gestire la quotidianità. E’ chiaro che tutto questo si acquisisce strada facendo, però il ragazzino ha bisogno comunque di un supporto iniziale, nessuno di noi può da solo scalare la montagna se non ha un minimo di allenamento

Secondo lei quindi non c’è sempre un rapporto di collaborazione tra la scuola e la famiglia, non c’è dialogo, non ci si capisce?

Sì, tante volte noi notiamo grandi richieste da parte della famiglia relativamente a quello che magari può essere il profitto didattico cioè tutto quello che il figlio fa scuola, senza però diciamo interrogarsi su quali potrebbero essere le modalità di lavoro che la famiglia può adottare o di suggerimenti o di attività che la famiglia poi adottare nei confronti del proprio ragazzo.

E’ chiaro che è faticoso per il genitore che lavora la sera tornare a casa e controllare se il  proprio figlio  ha adempiuto a tutti i suoi doveri di studente o controllare in che modo ha adempiuto ai suoi doveri di studente, però poi bisogna, nel momento in cui l’insegnante esplicita questa situazione la collaborazione della famiglia nei confronti della scuola e quella proprio quella di attivare tutte queste attenzioni.

Quindi  il rapporto c’è sempre: tant’è che noi con i colloqui mattutini o la disponibilità anche diretta, se l’alunno ci dice che i genitori vorrebbero parlare con noi. Poi se c’è necessità che l’insegnante debba comunicare qualcosa al genitore perché reputa che sia necessario attivare l’attenzione di un genitore per il bene del ragazzo, questo noi lo facciamo al di là di quello che è nella professione docente viene riconosciuta come collaborazione scuola famiglia.

Quindi se ognuno ci mette del proprio sicuramente le situazioni andranno a migliorare.

Per adesso abbiamo parlato della prospettiva dei professori ma dalla prospettiva dei genitori, secondo lei, quali sono le critiche alla scuola, quali sono i problemi che loro hanno con la scuola?

Le posso dire spessissimo che le cose che i genitori ci dicono, quando noi chiediamo ai rappresentanti quali sono le richieste da parte dei genitori degli alunni, sono: troppi compiti, non si possono mettere due verifiche nello stesso giorno, lo zaino è troppo pesante, l’orario è formulato male. Cioè delle richieste che, ripeto, certe volte sembrano proprio fuori da ogni logica, fuori dalla realtà. Bisogna guardare come il proprio figlio sia in grado di organizzarsi. I troppi compiti ma quando mai ai tempi nostri se avevamo due verifiche nello stesso giorno un genitore si permetteva di obiettare e di far presente questa cosa. Alcune volte c’è proprio, non per contraddire quello che ho detto, ma alcune volte c’è l’ingerenza su argomenti abbastanza superflui.

I ragazzi devono imparare a crescere e si cresce superando gli ostacoli, non si cresce trovando tutto pronto, tutto sistemato, tutto semplice perché poi la vita non è così.

Si parla spesso di bocciature si, bocciature no. I ragazzi però di base non ricevono spesso punizioni: se fanno qualcosa di negativo gli si toglie il telefono per due giorni ma non molto più ecco. Non bisognerebbe trovare un pochino più di severità o va bene così?

Con gli alunni queste tematiche le tocchiamo in continuazione: allora ci sono ragazzi che sono sensibili a questa specie di richiami, ci sono ragazzi che invece proprio se le lasciano scivolare addosso. Il tema della bocciatura e della valutazione in genere è quello che affligge noi insegnanti, nel senso che, ad esempio, nella nostra scuola lavorando per dipartimenti, cioè per gruppi docenti della stessa materia, abbiamo condiviso le modalità di valutazione degli alunni. Questo per fare in modo che l’alunno che frequenta un corso sia valutato allo stesso modo da un altro insegnante, pur frequentando un altro corso. Giudicare usando lo stesso metodo ci mette nella condizione di essere più obiettivi possibili. Quando arriviamo a dover dire questo alunno non merita la promozione, chiaramente è un fallimento anche per il docente parliamoci chiaro, perché poi nessuno di noi gode nel mettere in cattiva luce l’operato dell’alunno, però semmai questo dovesse succedere succede solo quando veramente sono stati espediti tutti tentativi possibili immaginabili e sono state fatte tutte quelle attività di recupero in classe durante le ore di lezione che creano comunque situazioni anche abbastanza di difficoltà, perché così come si tutela il ragazzo più debole però tante volte si perde d’occhio la tutela del ragazzo più bravo.

Lei ha appena affrontato un tema interessantissimo di cui non si parla mai: ci si concentra sempre, giustamente, anche sul ragazzino più debole, più in difficoltà e ci si dimentica del ragazzino più bravo. Forse non lo si aiuta a sviluppare il suo pieno potenziale. Come si potrebbe fare?

Lavorando così come si lavora, facendo le stesse attività che si fanno per il recupero dei ragazzi più deboli. Quindi il lavoro di potenziamento, mi viene in mente, non so, la matematica assegnando esercizi un pochino più difficili, magari un quantitativo maggiore che permetta di lavorare in maniera più impegnata, vengono organizzati corsi di recupero. Io credo di non aver mai sentito parlare di corsi di potenziamento. Tante volte i ragazzi vengono assegnati a docenti, vengono creati dei piccoli gruppi classe e vengono assegnati a docenti che non sono il docente della classe. Cambiare docente è solo un arricchimento, perché ognuno di noi poi ha la capacità di porsi empaticamente nei confronti della classe, di essere persuasivi e più espliciti in una spiegazione ma questo fa parte del bagaglio personale.

Lei sta parlando con grande passione, si vede che ama il suo lavoro, si vede che ama i suoi ragazzi. Però purtroppo siamo realistici:  non tutti lavorano come lei non tutti sono così. Quindi vorrei sapere, un professore bravo come vede il professore che magari non si impegna, che non lavora bene e che cosa bisognerebbe fare con questi professori?

Guardi fare la critica ai colleghi non è una bella cosa.

Non è per criticare ma perché credo che in ogni categoria ci siano delle problematiche e credo sia importante guardarle, analizzare e vedere come risolverle, non per criticare e basta.

Io ripeto nella scuola dove mi trovo, ormai sono otto anni, posso solo dire che ho trovato modalità di lavoro e soprattutto di crescita professionale molto molto importanti. Ho lavorato in una scuola di periferia, dove lì addirittura ancora di più i docenti si adoperavano per far si che i ragazzi potessero, non migliorare solo gli apprendimenti didattici ma migliorare quella che poteva essere anche la condizione di vita normale. Cioè  insegnanti che ad esempio andavano a prendere gli alunni a casa e li portavano a scuola;  cioè dove c’erano delle difficoltà i docenti che si sostituivano in toto alla famiglia quando c’erano delle indigenze economiche, indigenze sociali. Non mi è capitato quasi mai di trovare l’insegnante fannullone che non fa niente.

Magari può non svolgere un giorno una lezione, lasciare da parte un attimo la disciplina ma trattare di argomenti trasversali che li aiutano comunque superare le difficoltà.

I ragazzi sono i primi critici, davanti ai quali noi andiamo alla gogna ogni volta che entriamo in classe  quindi se facessimo i fannulloni sarebbe veramente un disastro, i ragazzi te lo dicono cioè sono critici nei nostri confronti. Qualche volta molto meno critici nei loro confronti sono franchi quando ti dicono le cose, nel bene nel male.

Si parla molto di scuola si critica molto la scuola non dal punto di vista ai professori però in generale del sistema scolastico italiano. Quali dovrebbero essere secondo lei le riforme per cercare di sistemare un po’ la situazione?

Riguardo alla pandemia che abbiamo adesso, queste classi pollaio che sono veramente devastanti. Noi nelle scuole medie ancora riusciamo a salvarci nel senso che lavoriamo con 24, 25, 26 alunni so che nelle scuole superiori ci sono classe anche di 30, 32 quindi lo stesso lavoro del docente diventa dispersivo.

Quindi queste classi così numerose nel non rispetto anche della presenza  dell’alunno disabile, c’era una legge che diceva che in una classe se c’era un alunno disabile non potevano esserci più più di 20 alunni ma arriviamo a 24, 25  con tutto quello che ne consegue.

Poi non so la presenza di tanti alunni con bisogni educativi speciali, oltre all’alunno diversamente abile, cioè situazioni di dislessia, discalculia rendono ancora più difficoltoso il lavoro del docente ed ecco perché poi si manca di potenziare invece chi è nella condizione di poter avere diritto al lavoro di potenziamento.

Qualche collega di qualche altra materia magari si lamenta e dice che il tempo a disposizione è poco, se si intende ampliare quelle che sono le informazioni che si vogliono dare relativamente agli argomenti ai ragazzi. Un po’ perché gli orari sono vincolati e quindi non siamo noi che decidiamo; a livello pedagogico ci sono tante scuole, tante modalità di lavoro diverse che ci vengono proposte.

L’altro giorno facevamo un corso sulle mappe amiche, cioè sulla capacità di portare i ragazzi a lavorare in modalità cooperativa per rendere il lavoro scolastico più fruibile dagli alunni stessi, cioè lavorando in coppia, si possono creare apprendimenti più duraturi perché  lo scambio di idee che può portare alla formulazione di domande, può portare alla formulazione di riflessioni individuali e condivise con il compagno, quindi modalità di lavoro sulle quali noi dobbiamo chiaramente cominciare a lavorare, perché  diventiamo anche noi docenti dei testatori di nuove modalità di lavoro.

Che poi magari possono risultare appetibili nella loro costruzione, possono risultare piacevoli agli alunni; la sperimentazione la facciamo anche noi quando dal ministero ci propongono determinate attività. Adesso i ragazzi delle terze media sono impegnati nelle prove invalsi. La domanda è “ma che senso ha con una scuola che è andata avanti a singhiozzo, testare la preparazione degli alunni?”. Noi non ci siamo mai fermati perché abbiamo portato avanti l’attività a distanza, la scuola è stata chiusa come ambiente fisico ma la didattica comunque è sempre andata avanti. Chiaramente con difficoltà nella strutturazione delle lezioni, con le difficoltà che c’erano come alunni che non si connettevano, che avevano problemi di connessione perché magari vivono in zone dove il segnale non è ottimo, però testare la preparazione degli alunni è chiaro che anche gli alunni non erano abituati a questa scuola siffatta.

Noi insegnanti ci siamo riciclati dall’oggi al domani, dall’8 marzo dell’anno scorso ci siamo messi davanti al computer, magari facendo anche degli errori sicuramente perché io ne ho fatti e ne abbiamo fatti un po’ tutti quanti ma davanti a una situazione nuova abbiamo avuto  necessità di usufruire di un attimo di un periodo, piccolo, di tempo per poter ottimizzare poi il lavoro e lo stesso valeva anche per i ragazzi.

L’INTERVISTA

PROF.SSA ALBERTA MANCINI

Insegnante di educazione fisica

 

Secondo lei quali saranno le conseguenze, per i ragazzi, della didattica a distanza?

Guardi testare immediatamente penso sia abbastanza complicato, io non parlo solo dal punto di vista del profitto scolastico, quindi didattico in senso stretto, ma anche dal punto di vista relazionale che forse è quello che ci interessa di più. Dal prossimo anno potremmo avere un’idea di quelle che potrebbero essere le conseguenze di questo percorso accidentato che stiamo vivendo. Tutti quanti pensavamo in maniera abbastanza semplicistica che i ragazzi fossero già isolati nella loro modalità di vita, perché non so WhatsApp le chat che comunque erano il mezzo di comunicazione che loro vivevano e la modalità che usavano per mantenere la loro socializzazione che era solo virtuale. La vita affannata con i tempi ristretti, fanno 100.000 cose, pianoforte, piscina, fanno 100.000 cose però non godono della bellezza di nessuna di queste attività.

Quindi la frenesia della vita moderna loro la pagano nella quotidianità e adesso la stanno pagando anche con la scuola che gli nega forse l’unico momento di socializzazione che è rimasto realmente per i ragazzi.

Parliamo dal punto di vista psicologico, dal punto di vista dei loro comportamenti, lei ha notato delle differenze tra quando ha cominciato a fare questo lavoro ad oggi?

Ma decisamente un pochino sì, perché anche noi dobbiamo essere un po’ camaleontici cioè ci dobbiamo adattare alle esigenze dei ragazzi. Non lo nego, qualche volta dico forse la scuola di un tempo era, non lo so, aveva dei lati positivi che sostanzialmente ci hanno permesso di diventare cittadini, studenti, di poter affrontare comunque le situazioni della vita, di una crescita.

Noi a scuola viviamo tutte le traversie della famiglia che il bambino ci riporta a scuola attraverso comportamenti qualche volta addirittura anche inadeguati nella sostanza; dobbiamo essere capaci di sostituirci ogni tanto a quello che è il ruolo della famiglia e cercare di diventare gli adulti di riferimento che questi bambini forse non hanno a casa.

Per fortuna questo non succede sempre perché noi lo capiamo quando facciamo i consigli di classe tra docenti: l’insegnante di lettere ad esempio quando propone un testo, quello che noi chiamavamo tema, sono momenti in cui i ragazzi si aprono e raccontano tutto.

In un contesto di consiglio di classe i docenti raccontano i malumori che noi altri percepiamo. Quindi l’insegnante di lettere molto spesso trova una spiegazione su questo, dà una spiegazione a questi comportamenti diciamo non sempre fuori dalle righe ma un po’ particolari

È interessante quello che dice, il fatto che voi ogni tanto sentiate la necessità di sostituirvi alla famiglia, diventare dei punti di riferimento.  Quali sono i disagi che voi vedete nei ragazzi e che vi portano a fare questo e chi è che decide quando la famiglia ha dei comportamenti inadeguati per cui dovete sostituirli?

Noi non siamo dei giudici delle famiglie, noi viviamo sulla nostra pelle disagi vissuti dagli alunni che probabilmente non hanno punti di riferimento, cioè l’adulto di riferimento che potrebbe essere la guida, la strada, colui che lo consiglia, lo aiuta, gli permette di poter affrontare le avversità (per noi magari potrebbero essere sciocchezze ma chiaramente rapportate alla loro età sono degli ostacoli abbastanza grandi). Quindi non so per esempio tante volte gli alunni devono portare gli strumenti per poter svolgere la lezione in palestra. Mi dicono “professoressa ho dormito da papà, non c’avevo la roba, la mamma non me l’ha messa nello zaino” e quindi non posso fare lezione perché non ho l’occorrente.

Per dirne una poi magari succede all’insegnante di tecnica che l’alunno non porti il materiale, quindi quaderno, fogli, squadre, compasso, cioè questo non essere aiutati nel non essere autonomi. I ragazzi di oggi, non voglio generalizzare perché non mi sembra il caso, c’è però una bella percentuale di ragazzi che non è riuscita a diventare autonoma rispetto a quelli che sono i suoi impegni. Io sono arrivata a dover dire “la sacchetta dove metti le scarpe allacciala allo spallone dello zaino così se tu la sera prepari tutto l’occorrente per quello che ti può servire la mattina successiva a scuola, sicuramente non dimenticherai niente”. Questo è un lavoro che generalmente dovrebbe fare il genitore, inizialmente aiutando poi man mano testando la capacità di diventare indipendente dell’alunno.

Parla del problema dell’autonomia dei ragazzi e dei bambini e del fatto che questo dovrebbe essere il ruolo dei genitori. Se non succede per quale ragione secondo lei?

Probabilmente da una scarsità di tempo. E’ una questione di comodo per il bambino sapere di essere sempre supportato. Noi sentiamo spesso le lamentele dei genitori che ci dicono “gli zaini sono troppo pesanti” Poi i colleghi delle altre discipline che non possono aprire lo zaino dell’alunno però sanno che se lo aprissero troverebbero libri di materie che non ci sono in quella giornata. Quindi questa è un’incapacità di gestire la quotidianità. E’ chiaro che tutto questo si acquisisce strada facendo, però il ragazzino ha bisogno comunque di un supporto iniziale, nessuno di noi può da solo scalare la montagna se non ha un minimo di allenamento

Secondo lei quindi non c’è sempre un rapporto di collaborazione tra la scuola e la famiglia, non c’è dialogo, non ci si capisce?

Sì, tante volte noi notiamo grandi richieste da parte della famiglia relativamente a quello che magari può essere il profitto didattico cioè tutto quello che il figlio fa scuola, senza però diciamo interrogarsi su quali potrebbero essere le modalità di lavoro che la famiglia può adottare o di suggerimenti o di attività che la famiglia poi adottare nei confronti del proprio ragazzo.

E’ chiaro che è faticoso per il genitore che lavora la sera tornare a casa e controllare se il  proprio figlio  ha adempiuto a tutti i suoi doveri di studente o controllare in che modo ha adempiuto ai suoi doveri di studente, però poi bisogna, nel momento in cui l’insegnante esplicita questa situazione la collaborazione della famiglia nei confronti della scuola e quella proprio quella di attivare tutte queste attenzioni.

Quindi  il rapporto c’è sempre: tant’è che noi con i colloqui mattutini o la disponibilità anche diretta, se l’alunno ci dice che i genitori vorrebbero parlare con noi. Poi se c’è necessità che l’insegnante debba comunicare qualcosa al genitore perché reputa che sia necessario attivare l’attenzione di un genitore per il bene del ragazzo, questo noi lo facciamo al di là di quello che è nella professione docente viene riconosciuta come collaborazione scuola famiglia.

Quindi se ognuno ci mette del proprio sicuramente le situazioni andranno a migliorare.

Per adesso abbiamo parlato della prospettiva dei professori ma dalla prospettiva dei genitori, secondo lei, quali sono le critiche alla scuola, quali sono i problemi che loro hanno con la scuola?

Le posso dire spessissimo che le cose che i genitori ci dicono, quando noi chiediamo ai rappresentanti quali sono le richieste da parte dei genitori degli alunni, sono: troppi compiti, non si possono mettere due verifiche nello stesso giorno, lo zaino è troppo pesante, l’orario è formulato male. Cioè delle richieste che, ripeto, certe volte sembrano proprio fuori da ogni logica, fuori dalla realtà. Bisogna guardare come il proprio figlio sia in grado di organizzarsi. I troppi compiti ma quando mai ai tempi nostri se avevamo due verifiche nello stesso giorno un genitore si permetteva di obiettare e di far presente questa cosa. Alcune volte c’è proprio, non per contraddire quello che ho detto, ma alcune volte c’è l’ingerenza su argomenti abbastanza superflui.

I ragazzi devono imparare a crescere e si cresce superando gli ostacoli, non si cresce trovando tutto pronto, tutto sistemato, tutto semplice perché poi la vita non è così.

Si parla spesso di bocciature si, bocciature no. I ragazzi però di base non ricevono spesso punizioni: se fanno qualcosa di negativo gli si toglie il telefono per due giorni ma non molto più ecco. Non bisognerebbe trovare un pochino più di severità o va bene così?

Con gli alunni queste tematiche le tocchiamo in continuazione: allora ci sono ragazzi che sono sensibili a questa specie di richiami, ci sono ragazzi che invece proprio se le lasciano scivolare addosso. Il tema della bocciatura e della valutazione in genere è quello che affligge noi insegnanti, nel senso che, ad esempio, nella nostra scuola lavorando per dipartimenti, cioè per gruppi docenti della stessa materia, abbiamo condiviso le modalità di valutazione degli alunni. Questo per fare in modo che l’alunno che frequenta un corso sia valutato allo stesso modo da un altro insegnante, pur frequentando un altro corso. Giudicare usando lo stesso metodo ci mette nella condizione di essere più obiettivi possibili. Quando arriviamo a dover dire questo alunno non merita la promozione, chiaramente è un fallimento anche per il docente parliamoci chiaro, perché poi nessuno di noi gode nel mettere in cattiva luce l’operato dell’alunno, però semmai questo dovesse succedere succede solo quando veramente sono stati espediti tutti tentativi possibili immaginabili e sono state fatte tutte quelle attività di recupero in classe durante le ore di lezione che creano comunque situazioni anche abbastanza di difficoltà, perché così come si tutela il ragazzo più debole però tante volte si perde d’occhio la tutela del ragazzo più bravo.

Lei ha appena affrontato un tema interessantissimo di cui non si parla mai: ci si concentra sempre, giustamente, anche sul ragazzino più debole, più in difficoltà e ci si dimentica del ragazzino più bravo. Forse non lo si aiuta a sviluppare il suo pieno potenziale. Come si potrebbe fare?

Lavorando così come si lavora, facendo le stesse attività che si fanno per il recupero dei ragazzi più deboli. Quindi il lavoro di potenziamento, mi viene in mente, non so, la matematica assegnando esercizi un pochino più difficili, magari un quantitativo maggiore che permetta di lavorare in maniera più impegnata, vengono organizzati corsi di recupero. Io credo di non aver mai sentito parlare di corsi di potenziamento. Tante volte i ragazzi vengono assegnati a docenti, vengono creati dei piccoli gruppi classe e vengono assegnati a docenti che non sono il docente della classe. Cambiare docente è solo un arricchimento, perché ognuno di noi poi ha la capacità di porsi empaticamente nei confronti della classe, di essere persuasivi e più espliciti in una spiegazione ma questo fa parte del bagaglio personale.

Lei sta parlando con grande passione, si vede che ama il suo lavoro, si vede che ama i suoi ragazzi. Però purtroppo siamo realistici:  non tutti lavorano come lei non tutti sono così. Quindi vorrei sapere, un professore bravo come vede il professore che magari non si impegna, che non lavora bene e che cosa bisognerebbe fare con questi professori?

Guardi fare la critica ai colleghi non è una bella cosa.

Non è per criticare ma perché credo che in ogni categoria ci siano delle problematiche e credo sia importante guardarle, analizzare e vedere come risolverle, non per criticare e basta.

Io ripeto nella scuola dove mi trovo, ormai sono otto anni, posso solo dire che ho trovato modalità di lavoro e soprattutto di crescita professionale molto molto importanti. Ho lavorato in una scuola di periferia, dove lì addirittura ancora di più i docenti si adoperavano per far si che i ragazzi potessero, non migliorare solo gli apprendimenti didattici ma migliorare quella che poteva essere anche la condizione di vita normale. Cioè  insegnanti che ad esempio andavano a prendere gli alunni a casa e li portavano a scuola;  cioè dove c’erano delle difficoltà i docenti che si sostituivano in toto alla famiglia quando c’erano delle indigenze economiche, indigenze sociali. Non mi è capitato quasi mai di trovare l’insegnante fannullone che non fa niente.

Magari può non svolgere un giorno una lezione, lasciare da parte un attimo la disciplina ma trattare di argomenti trasversali che li aiutano comunque superare le difficoltà.

I ragazzi sono i primi critici, davanti ai quali noi andiamo alla gogna ogni volta che entriamo in classe  quindi se facessimo i fannulloni sarebbe veramente un disastro, i ragazzi te lo dicono cioè sono critici nei nostri confronti. Qualche volta molto meno critici nei loro confronti sono franchi quando ti dicono le cose, nel bene nel male.

Si parla molto di scuola si critica molto la scuola non dal punto di vista ai professori però in generale del sistema scolastico italiano. Quali dovrebbero essere secondo lei le riforme per cercare di sistemare un po’ la situazione?

Riguardo alla pandemia che abbiamo adesso, queste classi pollaio che sono veramente devastanti. Noi nelle scuole medie ancora riusciamo a salvarci nel senso che lavoriamo con 24, 25, 26 alunni so che nelle scuole superiori ci sono classe anche di 30, 32 quindi lo stesso lavoro del docente diventa dispersivo.

Quindi queste classi così numerose nel non rispetto anche della presenza  dell’alunno disabile, c’era una legge che diceva che in una classe se c’era un alunno disabile non potevano esserci più più di 20 alunni ma arriviamo a 24, 25  con tutto quello che ne consegue.

Poi non so la presenza di tanti alunni con bisogni educativi speciali, oltre all’alunno diversamente abile, cioè situazioni di dislessia, discalculia rendono ancora più difficoltoso il lavoro del docente ed ecco perché poi si manca di potenziare invece chi è nella condizione di poter avere diritto al lavoro di potenziamento.

Qualche collega di qualche altra materia magari si lamenta e dice che il tempo a disposizione è poco, se si intende ampliare quelle che sono le informazioni che si vogliono dare relativamente agli argomenti ai ragazzi. Un po’ perché gli orari sono vincolati e quindi non siamo noi che decidiamo; a livello pedagogico ci sono tante scuole, tante modalità di lavoro diverse che ci vengono proposte.

L’altro giorno facevamo un corso sulle mappe amiche, cioè sulla capacità di portare i ragazzi a lavorare in modalità cooperativa per rendere il lavoro scolastico più fruibile dagli alunni stessi, cioè lavorando in coppia, si possono creare apprendimenti più duraturi perché  lo scambio di idee che può portare alla formulazione di domande, può portare alla formulazione di riflessioni individuali e condivise con il compagno, quindi modalità di lavoro sulle quali noi dobbiamo chiaramente cominciare a lavorare, perché  diventiamo anche noi docenti dei testatori di nuove modalità di lavoro.

Che poi magari possono risultare appetibili nella loro costruzione, possono risultare piacevoli agli alunni; la sperimentazione la facciamo anche noi quando dal ministero ci propongono determinate attività. Adesso i ragazzi delle terze media sono impegnati nelle prove invalsi. La domanda è “ma che senso ha con una scuola che è andata avanti a singhiozzo, testare la preparazione degli alunni?”. Noi non ci siamo mai fermati perché abbiamo portato avanti l’attività a distanza, la scuola è stata chiusa come ambiente fisico ma la didattica comunque è sempre andata avanti. Chiaramente con difficoltà nella strutturazione delle lezioni, con le difficoltà che c’erano come alunni che non si connettevano, che avevano problemi di connessione perché magari vivono in zone dove il segnale non è ottimo, però testare la preparazione degli alunni è chiaro che anche gli alunni non erano abituati a questa scuola siffatta.

Noi insegnanti ci siamo riciclati dall’oggi al domani, dall’8 marzo dell’anno scorso ci siamo messi davanti al computer, magari facendo anche degli errori sicuramente perché io ne ho fatti e ne abbiamo fatti un po’ tutti quanti ma davanti a una situazione nuova abbiamo avuto  necessità di usufruire di un attimo di un periodo, piccolo, di tempo per poter ottimizzare poi il lavoro e lo stesso valeva anche per i ragazzi.

LE DOMANDE PER VOI

  • Che ruolo dovrebbe avere la scuola oltre alla didattica?
  • I genitori fanno fino in fondo il loro dovere nell’educazione dei prori figi?
  • Che caratteristiche dovrebbe avere un bravo professore?

DAD: SI PERDE LA SOCIALIZZAZIONE

VOI COSA NE PENSATE?

Che ruolo dovrebbe avere la scuola oltre alla didattica? – I genitori fanno fino in fondo il loro dovere nell’educazione dei figli? – Che caratteristiche dovrebbe avere un bravo professore?